mer
04
mar
2009
SULL'AMICIZIA ED ALTRE DIVAGAZIONI
"Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l'acquisto dell'amicizia". Come a tutti voi appare evidente questa frase non è frutto di un mio pensiero profondo, ma appartiena al filosofo greco Epicuro che passò alla storia, per banalizzazione del suo pensiero, come colui che attraverso la sua filosofia andava alla ricerca del piacere e della felicità. Non è un caso che il suo pensiero ebbe un vertiginoso declino all'affermarsi del Cristianesimo.
Ma che c'entra un filosofo del IV secolo a.c. con noi?
Un po' c'entra, almeno per quello che esprime nella frase riportata, se è vero che nel 1988 decidemmo saggiamente di preservare l'amicizia che ci aveva legato nei 3 anni di convivenza scolastica. In quel momento era evidente a tutti che la frequentazione costante ed assidua che ci aveva costretto alla quasi totale condivisione nelle nostre vite di 16/18enni non doveva essere gettata al vento, perché avrebbe significato gettare al vento anche la nostra amicizia. Lo strumento che si pensò per preservare questo sentimento e che, con alti e bassi, abbiamo praticato in questi 20 anni è stata la cena di classe. Strumento certamente rozzo che non poteva garantirci di preservare il sentimento dell'amicizia così come l'avevamo conosciuto nel triennio 1985/88.
Con il senno di poi fatico comunque a pensare ad altri meccanismi più efficaci.
Ma quindi cosa è successo alla nostra amicizia? Possiamo dire che si è tramutata?
Sì, oggi è evidente a tutti, ma nel 1988 a nessuno pareva che potesse succedere. Ci sembrava che la nostra amicizia sarebbe stata immutabile ed immutata negli anni. Adesso possiamo affermare che quell'auspicio non era praticabile nei fatti ed era anzi impossibile.
Infatti, prima ancora che cambiasse la nostra amicizia, sono cambiate le nostre vite. Anzi possiamo dire che il cambiamento delle nostre vite è stato il motore silenzioso della trasformazione della nostra amicizia. Tutti noi abbiamo seguito percorsi giustamente centrifughi rispetto alla VAINF, percorsi che ci hanno portato ad avere vite realmente autonome. Fino al 1988 questo non era vero. Al di là che ci si frequentasse anche fuori dalla classe le nostre vite erano interdipendenti. Avevamo un legame naturale, una invisibile forza centripeta nella frequentazione scolastica che non era definita solo dai luoghi, ma anche dagli stili di vita, dagli interessi, dalle passioni, in una sorta di omologazione naturale all'interno di una comunità chiusa. Infatti, con le opportune sfumature e differenze, eravamo una generazione con le passioni di quella generazione, con le mode di quella generazione. E di fatto condividevamo tutto. Per rurbare un altro pensiero ad un filosofo, Pitagora diceva che "gli amici condividono ogni cosa". Noi in fondo eravamo in quella situazione, perché avevamo un nostro mondo piccolo, una nostra comunità nella quale i momenti ed i luoghi di condivisione erano enormi e stretti al tempo stesso: enormi perché ogni situazione era un'esperienza immediatamente comune e condivisa per la classe e stretti perché tutto ruotava sulla nostra comunità necessariamente ristretta.
Poi siamo cresciuti, siamo cambiati e la comunità è venuta meno. Come detto abbiamo percorso strade differenti le une dalle altre. Abbiamo maturato passioni e vite "autonome" nel senso che quel nucleo che faceva riferimento alla VAINF non esisteva più. Per la sociologia siamo rimasti sempre una generazione e saremo sempre una generazione con tutte gli elementi che accomunano le generazoni, ma il nostro nucleo base non esisteva più. Il nostro mondo piccolo era scomparso a dispetto della fugace celebrazione della cena di classe o della patetica reinterpretazione dei regolamenti delle cene di classe. Eppure, nonostante tutti i limiti, le cene di classe e l'ostinata perseveranza con la quale le abbiamo costantemente programmate hanno preservato la completa evaporazione dell'esperienza della VAINF. Non ci siamo persi di vista. E per tornare alla domanda iniziale, possiamo certamente dire che la nostra amicizia è cambiata proprio a fronte dei nostri cambiamenti, ma non è venuta meno.
Però è grazie ai nostri singoli cambiamenti che oggi, certamente più di allora, il rito del ritrovo periodico è potenzialmente ricchissimo. Tutti abbiamo un bagaglio di esperienze e di conoscenze che nemmeno potevamo immaginare nel 1988. I nostri percorsi di vita ci hanno consentito di affrontare strade talmente diverse le une dalle altre che il nucleo della VAINF risulta assai più ricco di quanto non lo fosse nel 1988. Io credo che questo possa essere un valore e possa essere sfruttato per reinterpretare la nostra amicizia.
Quindi questa potenziale ricchezza può tradursi in un meccanismo che rinsaldi la nostra amicizia?
Secondo me non vi è dubbio, purché si cerchi di praticare la condivisione come quando eravamo a scuola, ovvero si cerchi di alimentare il nucleo della VAINF con le nostre passioni, con le nostre esperienze, con le nostre conoscenze. Se ognuno porta il suo contributo credo che si potranno ridefinire i perimetri del nucleo iniziale dalla VAINF e questo potrà essere fatto rafforzando al contempo la nostra amicizia reinserendola ad un livello diverso, un livello che io credo possa essere superiore e meno superficiale di quello che abbiamo conosciuto negli anni precedenti. Per evitare che la cena di classe si trasformi definitivamente e irreversibilmente in una sterile liturgia credo che questa consapevolezza possa ridare slancio ai nostri incontri e renderli più piacevoli per procurarci, nel nostro mondo piccolo, un momento piccolo che ci avvicina alla felicità non effimera e non banale. Quella felicità che si può ottenere dal trascorrere qualche ora con degli amici.



